Filippo Negroni Sangue Blu

Vacanze e Social Network – Passatempo o dipendenza?

Proprio quest’anno (2021), la nota piattaforma “Instagram” ha superato il miliardo di utenti con oltre 500 milioni di accessi quotidiani, in pratica una persona su due accede con regolarità al social network. Stiamo parlando di cifre che possono far girare la testa ma che se inserite all’interno di un “contesto digitale”, non sono poi così straordinarie (basti pensare che su YouTube vengono caricate 500 ore di video ogni 60 secondi). Ebbene, dopo questa breve premessa sono pronto ad affrontare assieme a voi una tematica che mi sta particolarmente a cuore:

La dipendenza da social in vacanza

Lo scopo dell’articolo non è quello di criticare ogni singolo utente (diavolo, Instagram lo usa pure mia madre), bensì focalizzare l’attenzione su coloro che non riescono a staccare gli occhi dal telefono, ponendo tra loro e la realtà una manciata di pixel.

Sempre più giovani:

Iniziamo con qualcosa di divertente, l’età minima per iscriversi su Instagram è 13 anni, mentre per TikTok bisogna aver compiuto 16 anni. Avete letto bene, se siete stanchi di lobotomizzare vostro/a figlio/a davanti a Disney+, potete gettarlo in pasto al fantastico mondo dei social network, dove la gente è disposta a ledere la propria dignità per un Like.

Quel che fa riflettere è la semplicità di utilizzo di queste App, studiate a tavolino per consentire l’accesso anche ai giovanissimi o ai meno avvezzi alle nuove tecnologie (il cosiddetto analfabetismo digitale). La domanda che dovrebbe tuonarvi in testa in questo preciso istante è la seguente: si ok, c’è un botto di gente … ma come ci guadagnano? Semplicissimo, tramite le inserzioni pubblicitarie mirate, diverse per ogni utente.

Microfoni che ascoltano tutto quello che diciamo, cronologie di navigazione, cookies, geo-localizzazioni in tempo reale, etc.

A conti fatti, è abbastanza inquietante.

Social Network e Psicologia:

Non sono uno psicologo ma tutto sommato mi considero un buon osservatore. Proprio per  questo motivo, un’idea del perché queste piattaforme abbiano riscosso così tanto successo me la sono fatta. Ogni “bacheca digitale” nasce con l’intento di condividere e promuovere una qualche forma di contenuto, sia esso un post scritto, un videoclip o una fotografia. Per una persona in cerca di visibilità mediatica, l’utilizzo dei social network è giocofòrza necessario. Io stesso pubblicizzo i miei romanzi tramite l’utilizzo di questo blog (scusate, momento marchetta).

E per quale motivo una persona dovrebbe ricercare attenzioni in maniera così spasmodica? Perché ricevere un complimento, seppur sotto forma di like, fa piacere a tutti quanti. La vanità è uno dei sette peccati capitali che preferisco, perché in un modo o nell’altro ne siamo tutti quanti vittime consapevoli. Coloro che sono maggiormente esposti al rischio di contrarre una dipendenza da social, sono quelli che soffrono di scarsa autostima, costantemente alla ricerca di approvazione e consensi (anche da parte di sconosciuti). Per queste persone, individui vulnerabili, la notorietà sui social network è tutto ciò che conta, e una manciata di visualizzazioni in meno può influenzare addirittura il loro umore. Con queste premesse, non è difficile comprendere come “ricerca di attenzioni” + “potenzialità di internet” siano, in fin dei conti, due facce della stessa medaglia.

Ricevere un complimento da un amico è bello,

537 likes da perfetti sconosciuti è anche meglio.

Fate molta attenzione a non fraintendere, chi vi scrive è un vanitoso con tendenze all’ego-maniacalità. Non c’è specchio o superficie riflettente che non abbia incontrato il mio volto, almeno una volta. Ritengo che “piacersi” sia il primo passo per la propria affermazione. Eppure, c’è un limite a tutto. Non è mia intenzione dissacrare l’intero mondo di Internet e giudicare ognuno di voi per ciò che pubblicate sui vostri social network: qualche storia su Instagram non ha mai fatto male a nessuno, né tantomeno le vostre foto del tramonto davanti ad un bel calice di vino. Dove sta quindi il problema? Adesso ve lo spiego.

Alla base della dipendenza da social network, c’è solitamente una personalità caratterizzata da insicurezza, fragilità e un basso livello di autostima, che impattano anche sulla sfera relazionale. Pertanto, spesso, le relazioni reali sono sostituite da quelle agite sui social network, che mediano il confronto reale con l’altro – fonte: milanopsicologo.it

La dipendenza da Social:

Diversi anni fa mi capitò di sentire una frase in un film che mi rimase particolarmente impressa, la citazione recitava più o meno così:

Più dipendiamo da qualcosa, più sarà traumatico il distacco.

Ognuno di noi potrebbe benissimo eliminare il proprio account di Instagram e disinstallare l’App dal telefono, l’intera procedura richiederebbe si e no un paio di minuti. Il problema è che è difficile distaccarsi da qualcosa che ci rende felici (provate a dire ad un alcolista che quello che sta bevendo sarà il suo ultimo bicchierino).

Il momento di “svago” cominciato per gioco, assume le sembianze di una dipendenza quando inizia a limitare la nostra esistenza. Nell’arco di una giornata, esiste un momento per l’attivismo digitale (online) e tutto ciò che riguarda la quotidianità (offline); e quando i due mondi si fondono, mischiandosi a vicenda in una melma viscosa ricoperta di glitter, riuscire a liberarsi da quella brutta abitudine diventa pressoché impossibile.

Ciò che mi rattrista è la consapevolezza del suo significato, pubblicare una foto su Instagram significa estraniarsi dalla realtà, aprire uno squarcio spazio-temporale da un’altra parte. In un certo senso, volendo parafrasare, significa che questa persona non è interessata a trascorrere del tempo in tua compagnia 🙁 . Se lo sta facendo, probabilmente, è per farti un favore o per ottenere nuovo materiale da pubblicare sui social.

L’esperienza in Sardegna:

Recentemente, mi è capitato di essere invitato ad un “aperitivo con vista panoramica” in un noto locale della Sardegna. Tutto bellissimo: il tramonto, il tagliere di salumi e affettati, i calici di vino in compagnia, la musica lounge … un’atmosfera veramente indimenticabile. Sfortunatamente, c’è chi non ha vissuto l’esperienza come avrebbe dovuto. Al tavolo a fianco, a pochi metri di distanza, una tavolata di ragazzine (si e no maggiorenni) hanno trascorso l’intera serata a farsi selfie e a postare sui social. Non una parola tra di loro, un accenno di sorriso o anche un semplice “vaffanculo”.

Tre brutte copie di Chiara Ferragni, ricoperte di trucco e accessori costosi ma prive di qualsivoglia valore o emozione; perfette bamboline, belle da vedere, nient’altro. Inutile dirvi che il tagliere non l’hanno nemmeno toccato, così come la bottiglia di vino rimasta a scaldarsi nel secchiello di ghiaccio … ormai diventato acqua. Credetemi, una tristezza disarmante.

Tutt’oggi, credo che quelle ragazzine non si fossero realmente rese conto della fortuna che avevano per mano: indipendenza economica (il locale, di per sé, non era certamente economico), qualche ora di relax in compagnia di amiche e un panorama mozzafiato; tutto ciò che contava per loro era pubblicare i propri selfie su Instagram, in attesa di ricevere qualche forma di attenzione. Probabilmente, sarebbero andate a fare aperitivo pure in uno scantinato umido, se fosse stato un trand estivo di successo.

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