Sangue Blu Filippo Maria Negroni

Privacy & Tecnologia: cattivi compagni di letto

P

– Eddie, perché diavolo questo telefono non funziona mai? (prendendo a pugni il satellitare)

– Non è un telefono con i cavi, devi aspettare un segnale decente. Violenza e tecnologia, cattivi compagni di letto!

Alcuni di voi avranno colto la citazione appartenente al film Jurassic Park: il mondo perduto. Si tratta di un brevissimo scambio di parole tra Eddie Carr (tecnico/specialista sul campo) e il Dott. Ian Malcolm (caosologo) una volta sbarcati su Isla NublarCosta Rica. Le lamentele del Dottore riguardavano un malfunzionamento del dispositivo di comunicazione satellitare e – da bravo uomo di scienza – pensò bene di prenderlo a pugni. D’altronde si sa, se vuoi costruire una riserva naturale piena di grossi polli estinti conviene farlo nel bel mezzo del nulla. (S)fortunatamente, questo genere di problemi oggi non sussiste più. Abbiamo Km di territorio cablato in fibra ottica, antenne, ripetitori e qualche migliaio di satelliti in orbita sopra alle nostre teste. Riusciamo a comunicare da una parte all’altra del mondo a costo zero, Wi-Fi, GPS e connessione dati sempre attivi; per quale oscura ragione dovremmo perdere il collegamento ad Internet? Restare “anonimi” nello sconfinato mondo digitale è pressoché impossibile.

Privacy, adieu:

Non è mia intenzione soffermarmi – nuovamente – sulla questione Social Network. Iscriversi a queste piattaforme comporta sempre una qualche forma di pagamento, non per forza economico. Come dice un proverbio: se il servizio è gratis, il prodotto sei tu. Parliamo piuttosto di come i grandi produttori di telefonia (Apple, Google, Samsung, LG, Huawei, etc.) siano riusciti a farci “dimenticare” l’importanza della nostra privacy, sviluppando tecnologie mirate all’acquisizione dei nostri dati personali con la scusa di aver realizzato un prodotto su misura.

I dati personali sono informazioni (nome, cognome, codice fiscale, impronte digitali, etc.) che permettono l’identificazione diretta di un soggetto.

Riconoscimento facciale, registrazione delle nostre impronte digitali e del timbro di voce, localizzazione GPS e preferenze di navigazione (leggasi: Cookies) sono solo alcuni dei parametri archiviati a tempo indefinito all’interno dei loro Database. In pratica sanno più cose sul nostro conto di quante non ne sappia nostra madre. L’aspetto divertente è che abbiamo barattato questo genere di informazioni in maniera assolutamente consapevole (o quasi) e che la cosa sembrerebbe non disturbarci più di tanto. In gergo burocratico viene definito: consenso informato, ma quanti di noi hanno effettivamente letto fino all’ultima riga uno dei loro contratti o termini d’utilizzo? In tutto il mondo, 15 persone al massimo.

Google Home – una Spia “Smart”

A poche ore dal mio acquisto di Google Home Mini (ordinato con gli sconti del Black Friday) ho deciso di scrivere due righe a riguardo. Innanzitutto, spieghiamo ai profani di costa stiamo parlando. Google Home Mini è un assistente tuttofare, in grado di “dialogare” con i dispositivi supportati (TV, Luci, Elettrodomestici, etc.). Sarà quindi possibile impartire uno o più comandi con il semplice suono della voce, pronunciando la parola magica: Hey Google oppure OK, Google!

Hey Google, metti un po’ di musica e accendi le luci!

Detto, fatto. Il nostro solerte assistente riconoscerà tramite microfono il timbro sonoro del suo proprietario, comportandosi da perfetto schiavetto di casa. Fino a qui tutto bene. L’unico problema è che il dispositivo per poter funzionare correttamente deve restare acceso 24 ore su 24, mantenendo attiva ogni sua funzionalità. In pratica è come avere un piccolo – grande – fratello sempre pronto a registrare le tue preferenze di ricerca o abitudini di vita.

Nessuno mi ha obbligato ad acquistarlo, eppure l’ho fatto di mia spontanea volontà (anche se sono consapevole della sua perversa tendenza allo Stalking). Da perfetto allocco mi sono lasciato ammaliare dalla promessa di una vita migliore, più smart e connessa, buttando nel ce**o anche gli ultimi avanzi di ciò che ancora non erano riusciti a prendersi.

Ma gli anni di Mistero su Italia1 e la mia deformazione professionale da complottista incallito mi ha costretto ad effettuare alcune ricerche sul web. Guardate un po’ questo video su YouTube dove domandano ad Alexa (l’assistente equivalente prodotto da Amazon) se tramite microfono raccogliesse dati per i servizi segreti.

… Inquietante, non trovate?

Microchip cinesi e chicchi di riso:

Un bel giorno del 2015 il Signor Amazon decise di effettuare un controllo di routine su alcuni dei propri Server, venendo a conoscenza di una notizia sconcertante. Elemental Technologies (suo fornitore ufficiale) acquistava hardware da un noto produttore cinese (Super Micro Computer Inc) per poi rivenderli al colosso delle vendite online. Purtroppo però parte di questi componenti (schede madri) possedevano una sorta di “spia” al loro interno. Un pezzettino di Silicio grande non più di un chicco di riso nascosto tra le migliaia di connessioni stampate sulla scheda, in grado di registrare ed archiviare – all’occorrenza – ogni tipo di informazione. Il microchip futuristico riusciva a modificare il Sistema Operativo ad ogni suo avvio, e dopo esser stato caricato in memoria consentiva un accesso completo a chiunque stesse “ascoltando”. Una sorta di backdoor (porta di servizio) fisicamente presente in ogni computer.

La scoperta venne fatta nel 2015 e a tre anni di distanza non si è ancora riusciti a far luce su questo mistero. Si sa per certo che il chip venne aggiunto durante la fase di lavorazione, proprio all’interno di alcuni stabilimenti cinesi (per la precisione: quattro). Gli investigatori ritengono che la colpa debba ricadere obbligatoriamente sull’esercito cinese. L’ipotesi più accreditata è che sia implicato persino il governo di Pechino. Eppure, forse a causa dell’enorme polverone sollevato dai principali media,  Apple e Amazon Web Service hanno smentito la notizia, affermando che: non abbiamo mai rinvenuto chip maligni o manipolazioni dell’hardware nei nostri server. Apple non ha mai contatto l’FBI o altre agenzie riguardo simili incidenti e non siamo a conoscenza di nessuna indagine. Non esiste alcuna prova che sostenga la presenza di chip maligni o modifiche dell’hardware.

La brutta notizia è che il quantitativo di informazioni archiviate aumenta di svariati Terabyte ogni anno che passa. La bruttissima notizia è che coloro che dovrebbero garantire la protezione dei nostri dati vengono “violati” a loro volta.

Filippo Maria Negroni

Laureato in Scienze della Comunicazione (BO), tecnico informatico a tempo pieno, graphic designer all'occorrenza e scrittore quando lo Jägermeister mi da una mano.

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Sull’autore:

Filippo Maria Negroni

Laureato in Scienze della Comunicazione (BO), tecnico informatico a tempo pieno, graphic designer all'occorrenza e scrittore quando lo Jägermeister mi da una mano.

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