Sangue Blu Filippo Maria Negroni

La gente di Internet fa schifo

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Il vostro amichevole scrittore di quartiere si è trovato nuovamente con le spalle al muro, messo alle strette dall’ignoranza del “popolo di Internet”, una piaga sociale cresciuta esponenzialmente ad ogni dannatissima innovazione tecnologica. Sì, perché il web come lo conosciamo noi un tempo era un posto migliore. Era un territorio inesplorato raggiungibile solamente da accademici, studiosi o semplici appassionati che avevano imparato a farlo. Sfortunatamente per il genere umano, oggi il Web è alla portata di tutti e il suo più grande “difetto” è la facilità con la quale anche il più stupido degli individui può produrre contenuti. Citando le parole di un vecchio nemico, tale Umberto Eco: Internet ha dato parola a legioni di imbecilli.

Internet, un po’ di storia:

Per scoprire le origini di Internet è necessario tornare indietro nel tempo, più precisamente al 1969 con la nascita del progetto: ARPANET (Advanced Research Projects Agency Network). L’obiettivo di questo sforzo congiunto tra universitari e alti vertici del DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency – un’agenzia governativa incaricata dello sviluppo di nuove tecnologie per uso militare) era molto semplice: battere l’Unione Sovietica nell’esplorazione dello spazio. Pochi anni prima infatti era stato lanciato il primo satellite russo – lo Sputnik (classe: 1957) – e il governo americano sembrava assolutamente intenzionato a recuperare gli “arretrati”.

Arpanet era una rete militare finalizzata allo scambio di informazioni tra diversi calcolatori.

Arpanet (1958) fu pensata come risposta tecnologica all’egemonia spaziale russa in piena Guerra Fredda, nessuno avrebbe mai potuto immaginare che da quell’esperimento sarebbe poi nato il World Wide Web, Internet come lo conosciamo oggi. Udite, udite! ARPANET fu la prima rete a commutazione di pacchetto del mondo.

Il 23 Gennaio del 1993 venne alla luce la versione 1.0 di MOSAIC, un browser adatto a tutti che semplificò la fruizione di contenuti online, rendendo la navigazione facile e intuitiva. Finalmente l’accesso al World Wide Web non era più una prerogativa dei così detti “nerd”.

Internet libera tutti! L’azienda a capo del progetto (Spyglass, Inc.) verrà successivamente acquisita dalla Microsoft che rinominò l’applicativo in: Internet Explorer.

Facebook, il cancro della rete:

Ma ora passiamo al punto focale dell’articolo, ovvero il mio odio viscerale nei confronti del popolo di Facebook. Chi mi conosce sa che adoro ragionare per stereotipi, prevedo dunque che molti di voi si sentiranno offesi dalle mie parole. La cosa non mi preoccupa più di tanto, d’altronde mi avete sempre ignorato, potete continuare a farlo.

Per quale motivo detesto i social network? In primo luogo perché sono un tecnico informatico e nella maggior parte dei casi devo recuperare le password e gli indirizzi email di persone iscritte ma ignare di possedere simili credenziali d’accesso (in pratica è come vivere in casa senza sapere di avere le chiavi del portone). In secondo luogo perché sono un assiduo frequentatore di community digitali e – proprio per questo motivo – trascorro quotidianamente molte ore sui principali social, forum e siti web d’informazione. Entrando in contatto con perfetti sconosciuti disseminati in ogni angolo del mondo mi rendo conto di quanta ipocrisia, ignoranza e presunzione esista sulla faccia della terra. I peggiori sono coloro che criticano nascondendosi dietro ad una immagine di profilo che non lascia intravedere il loro volto o che utilizzano false informazioni anagrafiche per celare la loro vera identità. Ancora una volta riusciamo ad essere “noi stessi” soltanto indossando una maschera, digitando parole d’odio comodamente seduti sulla nostra poltrona ergonomica acquistata all’Ikea (qualcuno ha detto: leoni da tastiera?).

Condividete qualcosa, qualsiasi cosa, e qualcuno vi odierà.

Per ogni “like” ottenuto ad un post, foto o traguardo raggiunto, riceverete altrettanto odio. Condividete qualcosa di triste e la gente vi etichetterà come “deprimente”. Raccontate una barzelletta e diverrete il loro intrattenimento da quattro soldi. L’utente medio che naviga sul Web è convinto di sapere tutto e che tutto gli sia dovuto. Si limita a giudicare i fatti basandosi sulle apparenze, ed è sempre – ripeto: sempre – convinto di essere il più furbo del quartiere.

Social Media Business:

Qualche giorno fa ho installato sul mio smartphone una nuova App denominata: NextDoor. Lo scopo di questa applicazione è quello di metterti “in contatto” con la comunità offline del tuo quartiere, venendo a conoscenza di eventi, proposte commerciali o semplici annunci condivisi dai tuoi “vicini di casa”. Un nobile scopo raggiunto in maniera intelligente, se non fosse per un solo unico difetto: le persone con le quali avrei dovuto iniziare una collaborazione erano proprio quelle che mi ero promesso di non frequentare.

Affaristi dell’ultimo minuto, individui squattrinati (irrispettosi dei successi e del lavoro altrui), mendicanti, ricercatori d’attenzioni e filosofi alternativi. In poche parole: casi sociali. La stessa tipologia d’utenza che puoi tranquillamente incontrare – ed evitare – sui principali Social Network.

Non troverai mai un covo di feccia e di malvagità peggiore di questo posto. Dobbiamo essere prudenti – Obi-Wan Kenobi

Da piccolo mia madre mi ripeteva sempre che “chi va con lo zoppo, impara a zoppicare” e che io sia dannato se non aveva fottutamente ragione. Perché certa gente ama radunarsi tutta in uno stesso luogo, utilizzando canali di comunicazione preferenziali. Saper riconoscere queste “piazzole di sosta” è un requisito fondamentale per riuscire a mantenere il precario equilibrio dello “status quo”. Pensateci bene a quello che sto per dirvi: se fino a qualche anno fa una discussione al Bar finiva con una scazzottata risolutiva, oggi è destinato a vincere soltanto colui che riesce ad ottenere il supporto dei propri followers o ad avere più attenzioni.

Datemi retta e mi ringrazierete: evitate qualsiasi approccio professionale su Internet, il più delle volte sarà fatica sprecata. Tendenzialmente sarebbe buona abitudine considerare il prossimo come “caso sociale” piuttosto che come persona avente i tuoi stessi diritti, almeno fino a prova contraria. Come ho già detto all’inizio dell’articolo adoro ragionare per stereotipi … non è forse vero che a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca?

Social-Whore:

Da Social Network a caso sociale è un attimo. Essere un influencer o un volto noto nel panorama digitale non fa di te una persona intelligente. Dal mio punto di vista se puzzi di carogna nella vita reale, resti tale anche all’interno della tua comunità online. E non importa quanti followers/ammiratori tu riesca a convincere, sei – e resterai – sempre una pu**ana in cerca d’attenzioni, alla stregua di un parassita. Che ne pensate a riguardo? Vogliamo coniare il termine: social-whore? 

 

Filippo Maria Negroni

Laureato in Scienze della Comunicazione (BO), tecnico informatico a tempo pieno, graphic designer all'occorrenza e scrittore quando lo Jägermeister mi da una mano.

Sangue Blu Filippo Maria Negroni

Sull’autore:

Filippo Maria Negroni

Laureato in Scienze della Comunicazione (BO), tecnico informatico a tempo pieno, graphic designer all'occorrenza e scrittore quando lo Jägermeister mi da una mano.

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