Sangue Blu Filippo Maria Negroni

BDSM: il piacere del male

Esiste una sottile linea di confine tra il piacere (inteso come appagamento di appetiti, desideri o aspirazioni) e il “dolore” (stato o motivo di sofferenza). Nella corso della nostra vita ci è stato insegnato che l’amore è il sentimento più alto al quale possiamo aspirare e che l’odio, specialmente se immotivato, conduce all’infelicità. E se tutto questo fosse inesatto? Se per alcuni di noi il dolore non fosse una condizione da evitare bensì strumento di piacere? La dicotomia: eroe contro malvagio andrebbe certamente a farsi fottere. D’altronde l’odio è uno dei grandi motori del mondo ed è stupido pensare che sia sempre sbagliato. Non fraintendetemi, ovviamente condanno in prima persona il risentimento scaturito dall’ignoranza, come ad esempio quello razziale o religioso. Ma l’odio, se affrontato nella maniera giusta, può permetterci di esprimere tutto il nostro potenziale. Ci spinge ad essere motivati, competitivi, definendoci in quanto uomini. Perché a certe persone piace infliggere dolore, mentre ad altre piace riceverlo. Ed è qui che nasce la pratica BDSM, all’interno di quella minuscola linea di confine tra ciò che è giusto e ciò che pensavamo fosse sbagliato.

BDSM: definizione tecnica

Copiando le esatte parole di Wikipedia, il BDSM (Bondage & Disciplina, Sadismo & Masochismo) viene definito come l’insieme di pratiche relazionali e/o erotiche che permettono di condividere fantasie basate sul dolore, il disequilibrio di potere e l’umiliazione tra due o più partner adulti e consenzienti che traggono da queste soddisfazioni e piacere. Tale rapporto può essere occasionale oppure protrarsi nel tempo, sfociando in una vera e propria “relazione” stabile tra sottomesso e dominatore. La cosa bella del BDSM è che non ci sono limiti: tutto è concesso, o quasi. Alla base di tale pratica vi è sempre il consenso informato da entrambe le parti, alcune mistress – quelle più estreme – possono addirittura far firmare al proprio slave un “esonero da responsabilità” prima di iniziare il rapporto. Viene quindi instaurato un accordo tra individui consapevoli, e nel caso le cose andassero male viene stabilita una safeword (parola magica) grazie alla quale viene interrotta immediatamente qualsiasi tortura.

Il BDSM prevede un rapporto di dominazione di una persona su un’altra.

BDSM: requisiti minimi

Per capire appieno la filosofia BDSM, sarebbe bene considerarlo come una sorta di “gioco di ruolo” tra una figura dominante (maschile o femminile) e una sottomessa. Diciamo che è un po’ come giocare a guardie & ladri, con l’unica differenza che il carcerato viene sottoposto ad una serie di abusi psicologici e torture fisiche che hanno lo scopo di umiliarlo e sottometterlo. Come in ogni rapporto BDSM vale sempre la regola del SSC (acronimo di: Safe, Sane and Consensual). La Mistress (o Dominatrice) rappresenta l’archetipo della figura dominante femminile, la controparte maschile invece viene definita Master (o Padrone). Contrariamente a quanto si può pensare, il sesso non è una componente obbligatoria in un rapporto BDSM. Ogni slave (schiavo/a) deve essere disposto a concedersi in qualunque momento ma spetta sempre alla figura dominante decidere – se e come – ricompensare/punire il proprio sottomesso. Che ci crediate o no, una delle pratiche più diffuse è proprio la negazione dell’orgasmo.

Dress code:

Lo stereotipo della dominatrice o del dominatore viene quasi sempre rappresentato da individui vestiti con abiti in pelle o latex di colore nero, scarpe o stivali con tacco e una serie di accessori (frustini, manette, ball-gag, collari borchiati, etc.) così inquietanti da far impallidire i boia della Santissima Inquisizione spagnola. Alcune sessioni BDSM possono svolgersi anche all’aperto, in questi rari casi l’abito non rappresenta un requisito fondamentale e le parti coinvolte possono indossare vestiti e accessori del tutto comuni. Non vorranno di certo ottenere una denuncia per atti osceni in luogo pubblico, non trovate?

BDSM, lo scopo è “educare”:

A mio avviso, chi pratica BDSM lo fa con lo scopo di “educare” o di “essere educato”. L’adorazione del proprio Padrone o della propria Mistress, le severe punizioni corporali e tutto ciò che riguarda il feticismo e la sottomissione, non sono altro che meri strumenti utili al raggiungimento e consolidamento del potere di un individuo nei confronti di un altro. Perché se da una parte lo slave rinuncia volontariamente al controllo di sé stesso e si sottomette al volere di qualcuno, dall’altra il dominatore/dominatrice acquisisce importanza, innalzandosi ad un livello quasi divino. Certamente, esistono casi in cui si assiste ad una vera e propria inversioni dei ruoli (come ho già detto in precedenza, stiamo parlando di un “gioco” per adulti) ma l’importante è continuare a giocare, lasciandosi alle spalle il logorio e le inquietudini della vita moderna.

Filippo Maria Negroni

Laureato in Scienze della Comunicazione (BO), tecnico informatico a tempo pieno, graphic designer all'occorrenza e scrittore quando lo Jägermeister mi da una mano.

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Sull’autore:

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Laureato in Scienze della Comunicazione (BO), tecnico informatico a tempo pieno, graphic designer all'occorrenza e scrittore quando lo Jägermeister mi da una mano.

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