Sangue Blu Filippo Maria Negroni

La Casa di Carta – “Rivoluzione” in casa Netflix

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Non me ne vergogno, all’inizio anche io ero scettico. La Casa de Papel (La Casa di Carta – secondo la traduzione IT), serie tanto chiacchierata quanto sponsorizzata sui social, meritava veramente di essere vista o si trattava dell’ennesima trovata pubblicitaria? Credo di non sconvolgere nessuno nell’affermare che Netflix sia riuscita a guadagnarsi il titolo di colosso dell’intrattenimento digitale non tanto per la “qualità” dei propri titoli in catalogo, quanto per l’enorme disponibilità di film e serie tv – ahimè – non sempre degni di nota. Eppure, nonostante tutti i miei pregiudizi, qualcosa mi ha convinto a premere il tasto PLAY e sono sprofondato nuovamente nel baratro.

Ho amato La Casa di Carta quanto #BreakingBad o #PennyDreadful.

Perdere tempo a riassumervi la trama sarebbe stupido (esiste Wikipedia per queste cose, e se non l’avete ancora vista vi consiglio di recuperare immediatamente), stiamo pur sempre parlando di un piccolo capolavoro. Ma per quale motivo la serie è riuscita a farmi innamorare in appena due stagioni? Vediamo di analizzarla nello specifico.

Nomi di città:

Tokyo, Berlino, Nairobi, Rio, Mosca, Denver, Helsinki, Oslo, Stoccolma. Mi piace pensare che i nomi scelti dai rapinatori per celare la loro vera identità anagrafica rispecchino in parte alcuni lati del loro carattere. Ne è un esempio lampante Berlino, così apatico e autoritario. Mosca, legatissimo alle sue origini e alla sua terra. Tokyo, la gelida anarchica dal look ribelle o persino Rio, giovane aitante e passionale. Stoccolma non l’ho citata per il semplice motivo che il suo nome viene appositamente scelto per via della sua sindrome, la quale – di fatto – caratterizza e dona spessore al personaggio di Monica Gaztambide.

Eroi o figli di Puttana?

Il Professore è stato molto chiaro quando ha assoldato quel gruppo di disgraziati, richiudendoli per 5 mesi in una tenuta nelle campagne di Toledo: è vietato rivelare la propria identità, instaurare relazioni amorose ma soprattutto nessuno degli ostaggi deve morire. Poche regole, comprensibili a chiunque, eppure difficili da rispettare. Perché La Casa di Carta non è la solita storia di un gruppo di assassini a sangue freddo, e di fatto nessuno di loro sta realmente rubando a qualcun’altro. Il denaro viene direttamente stampato all’interno della Zecca, e viene prodotto senza fare del male a nessuno (hmm, più o meno).

Se vi è “duplicazione” non vi può essere “privazione”, è un po’ lo stesso concetto che sta dietro al mondo della “pirateria informatica”. Stiamo pur sempre parlando di un gruppo di rapinatori armati fino ai denti, la violenza fisica (e verbale) si rivelerà un espediente necessario per il mantenimento degli equilibri interni. Ad ogni modo, gli unici decessi confermati saranno: OsloMosca e Berlino, tre membri del Team. Che ci crediate oppure no, anche quel rompipalle di Arturito ne uscirà indenne.

Raptus:

Se avete seguito la trama de La Casa di Carta con grande attenzione, avrete certamente notato che tutti i protagonisti soffrono di un’apparente schizofrenia, più o meno evidente. Persino in “docile” Helsinki nelle puntate finale riesce a trasformarsi da tenero “orsachiottone gay” ad “orso bruno” incazzato. Questo perché l’essere umano non è progettato per restare così a lungo rinchiuso all’interno di spazi chiusi, senza alcun contatto con il mondo esterno. Non sto parlando di claustrofobia o altre malattie, mi riferisco alla fortissima condizione di stress psicologico, legato alle pochissime ore di sonno e alla minaccia costante “oltre le mura”. Non sono uno psicologo ma ritengo che perdere il controllo in situazioni del genere sia assolutamente normale e se non fosse stato per l’unica regola del professore: vietato fare vittime, i corpi lungo la via sarebbero stati molti di più. Paradossalmente, il primo a perdere di lucidità fu proprio Berlino, il capo della squadra … pensandoci bene, quasi certamente la sua follia era una condizione preesistente.

Amore e Rivoluzione:

L’amore fa fare cose stupide e non porta mai a nulla di buono, specialmente se si sta mettendo in atto la rapina più grande della storia. La complicata storia d’amore tra Sergio Marquina e Raquel Murillo comprometterà più volte la buona riuscita del piano, unica variabile impazzita nell’equazione del Professore. Anche gli altri rapinatori saranno vittime dei loro impulsi e instaureranno relazioni tra gli stessi membri del team e persino con alcuni ostaggi, venendo così meno alla promessa fatta a Toledo. Dietro a quelle maschere di Dalì si nascondono uomini e donne perfettamente normali, assolutamente inclini ad amare.

Bella Ciao!

Bella Ciao nacque come canto della resistenza partigiana italiana durante la Seconda Guerra Mondiale e nel corso degli anni a seguire (e dei conflitti) venne più volte utilizzata come inno da diversi partiti (come ad esempio il Partito Comunista) e durante le manifestazioni delle classi operaie. In ogni caso, questa canzone appartiene – da sempre – a tutti coloro che decidono di schierarsi contro i così detti “poteri forti”, siano essi una dittatura, una lobby o enormi multinazionali.

La vita del Professore girava intorno ad un’unica idea: la Resistenza. Suo nonno, che si unì ai Partigiani per sconfiggere il Fascismo in Italia, gli aveva insegnato questa canzone. Lui la insegnò a noi.

In Conclusione:

Non ho trovato grossi difetti degni di nota nel corso delle prime due stagioni. Il lato umano dei protagonisti è una costante sempre molto apprezzata che ci permette di affezionarci alle loro storie, al loro passato e alle loro lotte. La fotografia, gli effetti speciali, le colonne sonore e la trama hanno saputo dare vita ad un vero e proprio intreccio d’emozioni. Perché La Casa di Carta è capace di stravolgere completamente i nostri pregiudizi su ciò che è giusto e su ciò che è sbagliato, facendoci aprire gli occhi su una realtà diversa da come l’abbiamo sempre considerata. Un mondo dove i veri eroi sono coloro che si ribellano e dove il braccio armato dello Stato rappresenta un pericolo per la Democrazia. Ciò che conta è soltanto l’opinione pubblica (leggasi: mass media), strumento potente al servizio di entrambi gli schieramenti, capace di trasformare il foro di un proiettile in una promessa di libertà.

Filippo Maria Negroni

Laureato in Scienze della Comunicazione (BO), tecnico informatico a tempo pieno, graphic designer all'occorrenza e scrittore quando lo Jägermeister mi da una mano.

Sangue Blu Filippo Maria Negroni

Sull’autore:

Filippo Maria Negroni

Laureato in Scienze della Comunicazione (BO), tecnico informatico a tempo pieno, graphic designer all'occorrenza e scrittore quando lo Jägermeister mi da una mano.

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